La Roma aspetta, come sempre. Un nome che ancora non c’è, e una panchina che scotta più del previsto. Sei mesi di ipotesi e silenzi, diventati ormai parte del racconto
Si dice che a Roma basti aspettare: qualcosa succede sempre. Un nuovo papa, un altro sindaco, un giro di ruota in Campidoglio. E magari, prima o poi, anche un allenatore. Forse.
Perché è da novembre che il tema “chi allenerà la Roma?” tiene banco come un tormentone estivo. Solo che ora il campionato sta finendo ed è il momento di entrare nel vivo, iniziando a scremare i tanti nomi dopo un’annata folle. Dopo Juric è arrivato Ranieri, allenatore “col timer”, ma siamo stati per tutta la stagione con un occhio di qua e uno di là, cioè: che succede l’anno prossimo?
Il mercato impazza, le rivali si muovono, ma a Trigoria si gioca a scacchi. Con i pezzi che cambiano a ogni intervista, e una sola regola chiara: ogni decisione può aspettare. L’ultima dichiarazione di Claudio Ranieri in tal senso ha dato il colpo di grazia a chi già si stava mangiando le unghie: “L’allenatore l’abbiamo preso, sarà comunicato il 1° luglio”. E noi nel frattempo che facciamo?
Nel frattempo, la panchina ha visto passare tre diverse anime: la fiammata emotiva (uno alla Klopp), l’idea tattica (tipo Gasperini) e la soluzione tampone (stile Pioli). Ci stiamo arrovellando su chi sarà questo famoso mister X, ma c’è una cosa da dire: sono stati davvero bravi a nascondere le tracce.
E infatti, eccoci ancora qui: fine maggio, stagione chiusa, e il futuro è una pagina bianca. O meglio, un foglio Excel pieno di nomi, evidenziati, cancellati, riscritti, girati a destra e poi archiviati in una cartella che si chiama “bozze”. Almeno sulla nostra scrivania, perché su quella della Roma, a quanto pare, di nome ce n’è uno solo.
Intanto il tempo passa, le altre squadre si muovono, e il calendario non aspetta nessuno. Roma ha bisogno di sapere chi sarà il prossimo allenatore per dare un volto, un senso, una direzione. Perché ora il campionato finisce e questa incertezza sarà snervante. L’incertezza, a Roma, è peggio della sconfitta: crea rumore, voci, sospetti.
Del resto Roma è anche questo: una città dove l’attesa è parte del racconto, dove il finale si costruisce con mille colpi di scena, e dove ogni giorno può essere quello buono. Ma non lo è mai.
L’allenatore arriverà. Magari anche presto. Magari farà bene, benissimo. Ma quello che resterà nella memoria collettiva non sarà il nome, né i moduli. Sarà questa strana, surreale, lunghissima attesa. Sei mesi di nulla apparente, pieni di tutto. Di sogni, delusioni, nomi usciti e rientrati. E soprattutto, di un vuoto che è diventato abitudine.
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